un paese chiamato TrulloUn paese chiamato Trullo
“Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Le parole di Cesare Pavese, tratte da La luna e i falò, evocano l’essenza di uno spazio di vita: un luogo in cui persone e luoghi intrecciano relazioni, forgiando un’identità collettiva radicata nel passato e in continua trasformazione. È, forse, quanto di più vicino all’idea che Frank Cancian avrebbe definito come “paese”. Dunque non si tratta solo né principalmente di un luogo fisico, quanto piuttosto di un intreccio di storie, gesti quotidiani e legami invisibili che costruiscono il tessuto di una comunità. Il Trullo è, cioè, un paese contemporaneo, nato dalla necessità e trasformato dalla creatività dei suoi abitanti in uno spazio che racconta appartenenza, rinascita, capacità di guardare con occhi diversi quel che era stato preparato da altri. E la vita quotidiana al Trullo – quella delle persone, dei muri, dei gruppi – è una chiave per comprendere la profondità di una comunità che ha trasformato marginalità e differenze di provenienza in un laboratorio di identità condivisa Ogni paese porta con sé una storia, e quella del Trullo inizia negli anni del fascismo, quando fu progettato per accogliere rimpatriati e sfollati. Un paese non scelto, ma imposto, lontano dall’idea amorevole di Pavese. Eppure, i suoi abitanti hanno saputo trasformare quella periferia in casa, intrecciando le memorie delle loro terre d’origine con le strade e i muri della borgata. Nel dopoguerra, il Trullo è diventato un laboratorio di autorigenerazione, dove la creatività dei poeti della borgata e dei Pittori Anonimi del Trullo ha preso il posto della rassegnazione. La sfida del mio progetto fotografico è catturare non solo le persone e i luoghi, ma anche il grande protagonista invisibile: quella “storia del Trullo” che si riflette nei gesti quotidiani e nei volti di chi lo vive all'ombra di muri che si sono fatti narrazione viva, capace di intrecciare passato, presente e forse anche futuro. Fotografare il Trullo significa raccontare un’identità collettiva che continua a reinventarsi attraverso le persone. Non volevo semplicemente catturare immagini, ma fissare frammenti di relazioni, significati e storie. Per questo, ho chiesto a ciascuno dei miei soggetti da dove provenisse, scoprendo che le loro terre di origine sono spesso paesi dell’Abruzzo e dell’Irpinia, come Rendinara, Roccavivi e Avellino. Il Trullo si è rivelato così non solo un paese contemporaneo, ma anche “il paese di un paese”: un luogo dove memorie a volte inconsce, racchiuse in un gesto o in un’abitudine, si intrecciano con quelle di altri luoghi. Luoghi che non sono rimasti ad aspettare un improbabile ritorno, ma hanno affidato il loro racconto a chi si è trasferito qui. Il risultato è un microcosmo di identità intrecciate, ognuna con la sua narrazione unica. Queste storie, che ho potuto ascoltare e osservare, le ho volute documentare e condividere, rendendole parte di un racconto visivo che parla del paese chiamato Trullo. |
